Ivan

Ivan ha circa dodici anni, l’età in cui dovrebbe essere spensierato, senza problemi. Dovrebbe andare a scuola, insieme ai suoi coetanei, giocare con gli amici e pensare alle cose che più gli piacciono. Ma Ivan vive sottoterra, trascorre le sue giornate nei meandri di una metropolitana, insieme al suo patrigno. Tra un vagone all’altro, col suo violino consunto strimpella poche note, sempre le stesse per guadagnarsi da vivere. I suoi vestiti sono oramai logori, i suoi capelli sono un ammasso informe di riccioli scuri che ricadono su quegli occhi perennemente tristi e spenti. Quanto avrebbe desiderato studiare, avere una casa come tutti, bei vestiti, come quelli che indossano i ragazzi della sua età. In quei pochi momenti liberi gli piace starsene in solitudine, su quella montagnola di detriti, dietro al campo dove vive con i suoi sette fratelli. Suo padre è rimasto in Romania, sono anni che non lo vede più e sua madre ora si è risposata e vivono tutti insieme nel container vicino alla fine della strada sterrata, vicino ai cumuli di immondizia. La sua esistenza gli sfugge tra le mani, non ricorda da quanti anni è in giro per quei vagoni. Quello che più gli manca è la luce del sole. Certe giornate si sente soffocare. Le metropolitane sono stracolme, si sente mancare il respiro, l’aria opprimente gli impedisce di poter respirare a pieni polmoni. E allora alla fine di quel duro lavoro se ne fugge via, alla sua montagnola. Sale in alto e si siede ad osservare quel cielo che gli manca tanto. Che belle le nuvole, disegnano forme incredibili e lui vorrebbe salirci sopra e farsi trasportare lontano, lontano il più possibile da quel posto orribile. Rimane ore a fantasticare. Cerca di immaginarsi come potrebbe essere una vita normale. Sogna una vera casa, un letto vero, un bel materasso morbido e le lenzuola profumate di bucato. La sua branda è dura come il legno, senza lenzuola, solo una lurida coperta per ripararsi dal freddo intenso. I vestiti li portano quelle signore della parrocchia, sono gli abiti dei loro figli, a volte cose molto nuove che vengono dismesse perché non sono più alla moda. E rimane fin tanto che non fa buio e sente la voce di sua madre che lo chiama. Allora, con la tristezza nel cuore ritorna in quella casa di lamiera, dove c’è tanto freddo e quasi nulla da mangiare. Certi giorni il suo patrigno è cattivo, lo sgrida senza ragione, perché i soldi sono pochi e a lui non bastano mai, ha bisogno di comprarsi da bere e da fumare, pochi spicci soltanto per un panino. E quella musica, una cantilena imparata a memoria, il suono acuto del violino nella sua testa è come un lamento atono ma la cosa peggiore viene alla fine quando è costretto a girare tra i passeggeri distratti ed indifferenti per chiedere qualche moneta. Alcuni sembrano scrutarlo con pietà, altri volgono lo sguardo altrove, fanno finta di non vederlo e altri ancora con occhi colmi di durezza lo fanno sentire un ingombro, un fastidio. Quando era molto piccolo riusciva a racimolare tante monete, il suo aspetto inteneriva la gente che si mostrava generosa, ma ora sembrano rimproverarlo con un atteggiamento ostile. Ivan vorrebbe spaccare il mondo, vorrebbe gridare che non ne può più di quella vita, di quel tormento; della baracca nel campo, dei vestiti consunti, di quel violino ricoperto da una patina di sporcizia, della fame e del freddo. No, non è vivere quello. I suoi fratelli e le sue sorelle chiedono l’elemosina sparsi nella grande città, ai semafori, fuori alle chiese, davanti ai supermercati. La sera gettano quei soldi infami sul tavolo di plastica e la mamma li conta, pazientemente, come se fossero pietre preziose. Loro sono diversi, a loro piace starsene in mezzo al campo, a giocare con il fango, nelle pozze d’acqua. A loro piace non dover andare a scuola e a volte tornano a casa con un portafogli pieno di soldi, una collanina o un bracciale. Ivan si sente un diverso, i ragazzi del campo lo evitano e lo prendono in giro. Lui non sa giocare a pallone e gli piacerebbe leggere un libro, ma non è mai andato a scuola, riconosce solo le scritte sui cartelloni pubblicitari, quelle marche famose di abiti e di automobili. Quale sarà il suo futuro. Questa domanda lo tormenta, e sulla sua montagnola cerca invano una risposta. Comprende che deve uscirne fuori, se vuole cambiare. Ogni tanto viene qualche assistente sociale che cerca di convincere i genitori a mandare i figli a scuola, ma loro non ne vogliono sapere, i figli servono per portare i soldi a casa, altrimenti chi darà loro da mangiare. Ivan sogna di fuggire. Oggi ha deciso, guardando il cielo cobalto del tramonto ha preso la sua decisione. Andrà al container, prenderà le sue poche cose, quel peluche che ha trovato in strada quando era piccolo, una coperta per ripararsi dal freddo e un pezzo di pane. Il sole è alto nel cielo. Nuvole bianche e vaporose si adagiano leggere sul profilo dell’orizzonte. I prati sono di un verde scintillante, come non li aveva mai visti. La tetra atmosfera della metropolitana ora è solo un ricordo. Può correre libero tra l’erba tenera e i fiori di campo, ma certo è primavera e lui non se ne era neanche accorto.

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Informazioni su nunziassuntadaquale

Osserva e Ricorda. Le immagini scorrono veloci davanti allo sguardo, a volte distratto. Osserva: sensazioni ed emozioni, scivolano addosso, come pioggia leggera e non lasciano traccia, solo una vago sentore di umido...ma osserva meglio, concentra il tuo pensiero su ogni breve istante della tua vita e ricorda... Ricorda la gioia e il dolore. L'emozione che ti avvolge, la disperazione che ti affossa in un abisso buio e profondo. Ricorda le parole, i sorrisi, gli sguardi minacciosi, l'Amore e l'Odio. La Vita e la Morte. Osservo il mondo e traduco i pensieri in parole... http:negliocchienelcuore.wordpress.com
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4 risposte a Ivan

  1. newwhitebear ha detto:

    Un racconto triste e amaro ma ben descritto nelle sensazioni di Ivan.
    Scrittura facile e fluida.
    Un saluto

  2. Alessandra Bianchi ha detto:

    Sei di una bravura eccezionale.
    Mi hai fatto “vedere” ciò che hai scritto.

  3. esercizidipensiero ha detto:

    è il mio tema, più o meno il mio mestiere. ce ne sarebbero un milione di cose da dire. intanto ho in mente “ti prendo e ti porto via” di Ammaniti.

  4. penna bianca ha detto:

    Brava , hai saputo dare voce e colore a Ivan.

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